Discussioni (TDW)

Come si diventa “cosa”

<la collocazione commerciale modifica il posizionamento del prodotto e il suo prezzo.>

Dove sta andando il Design del III° millennio? In quali territori possiamo collocarlo?

Sembra che i confini del prodotto di design s’inquadrino da un lato (Design_Arte) nella direzione dell’opera d’arte, unica e irripetibile, venduta nelle gallerie d’arte a diverso livello; dall’altro, all’estremo opposto, nel campo della autoproduzione (o authorial design), con connotazioni di grande “semplicità” e vicinanza alle categorie del ready-made, riciclo, riuso e del “fatto artigianalmente” dall’autore (un artigianato evoluto, beninteso – vedi Stefano Micelli – Futuro Artigiano).

Nella direzione di questo secondo confine sI affaccia sullo scenario globale la tematica del “digital making”, ovvero della costruzione automatizzata attraverso tecnologie complesse ma accessibili (vedi esperienze di autoprogettazione robotica, temporary FabLab, Officine Arduino, Artigiani del digitale, Tecnificio…)

Sembra quasi, osservando le proposte dell’ultimo Salone del Mobile di Milano, che, nell’epoca della Grande Crisi, le aziende che operano nel campo del Design non osino proporre altro che oggetti funzionali ed essenziali o comunque “adeguati”, abbandonando, speriamo non solo temporaneamente, gli eccessi di formalismo e le boutade pour epater le bourgois… come se la lezione di Enzo Mari, ancorché con 20 anni di ritardo, cominciasse ad essere recepita. Come se si avvertisse un certo ritegno a sfornare oggetti quasi inutili in un momento di difficoltà economiche per i consumatori.

L’impressione è che più che l’oggetto (messo in catalogo pur di avere una sezione “news”) interessi ormai il materiale di cui è fatto l’oggetto, con le sue specifiche qualità, oppure più ancora, il modo con cui l’oggetto è costruito, la tecnologia, la sostenibilità…

Si respira un’aria in cui i designer sembrano meno gelosi di forme magari gratuite ma orgogliosamente “protette” e appaiono più inclini a condividere con atteggiamenti che s’imparentano con l’Open Source.

I progetti di design vengono condivisi senza tema della copia e anzi “comunicati” prima ancora di esistere, proprio al fine di raccogliere adepti, sostenitori e anche compratori (vedi il fenomeno KickStarter).

La direzione è quella di costruire il numero di pezzi adeguato a soddisfare la richiesta e non più di provocare o sollecitare una domanda “a prescindere” per smaltire produzioni ipertrofiche. Il superamento dello “standard” (T.L.Friedman – The World is Flat), è l’ingresso nell’era dell’”extra” (S.Micelli).

É come se, a destra e a manca del design tradizionale che, come abbiamo detto, si sta intanto “asciugando” ed essenzializzando, il design-arte e il design-adhoc si stessero sfidando per prevalere o almeno per affermare il proprio partito.

Il primo (design-arte) impegnato a esaltare il tema del valore anche economico dell’opera e la sua unicità esclusiva e il secondo (design-adhoc) teso a negare il Sistema per ricercare temi etici e di sostenibilità condivisa.

Entrambi propongono oggetti unici o quasi ma opposti per posizionamento sul mercato.

Da un lato un oggetto unico, di solito molto grande (!), quasi una performance, viene proposto nelle gallerie d’arte a un milione di euro, come ad affermare la propria esclusività, dall’altro oggetti in serie limitata e generalmente di piccole dimensioni, si vendono sulla rete, attraverso social network o campagne virali, a meno di 100 euro. E ciò mentre la distribuzione tradizionale continua a proporre negli show room d’arredo a mille euro, con motivazioni elitario-seriali, merce di medie dimensioni e media funzionalità-espressività.

Uguale o simile il contenuto progettuale, molto diversa la distribuzione e soprattutto il prezzo.

Ma allora la domanda è: COME SI DIVENTA COSA?

É il progetto che qualifica l’oggetto o il suo modo di distribuirlo?

È conclusa la centralità della funzione? Abbiamo già tutto, che cosa ci può ancora servire? Anzi, è evidente che di cose ne abbiamo ormai troppe e non possiamo/dobbiamo più permetterci altri acquisti inconsulti e compulsivi.

In questa fase della post-modernità ci affanniamo a convincere il consumatore che non può fare a meno di questa “novità”. Si cerca di inculcagli la convinzione che quella non tanto gli garantisca la soluzione di un problema ma piuttosto che l’oggetto sia da possedere perché (da destra) il possesso dell’opera garantisce lo status – visto che il prezzo certifica la qualità (?), oppure (da sinistra) perché garantisce l’appartenenza ad un movimento etico, sociale e condiviso.

  •  Un robot guidato dal software produce sedie e tavoli tutti diversi (basta cambiare una riga di codice o il master nel compound in granuli dell’estrusore), oggetti fatti nel numero che serve e specificamente per quel consumatore (vedi Dirk Vander Kooij e la sua produzione robotizzata)… pare che ci sia un progresso… Il sistema partecipa delle categorie del riciclo (componenti di vecchi frigoriferi), della “onestà” (ciò che fa il robot è trasparente), della modernità (lo stesso endless robot) e del futuro (il titolo della mostra milanese: the future of making). Poco importa se il materiale usato, ancorché riciclato, sia mostruosamente sovrabbondande rispetto alle necessità funzionali della seduta, il fatto stesso di poter inviare dall’altro lato del mondo un file che avrà effetto sui percorsi della macchina rende il progetto dinamico, condivisibile, aggiornato.
  •  La sedia R18 Ultra Chair di C.Weissaar e E.Kram sviluppata con Audi si propone di eliminare ogni grammo superfluo dal prodotto finale e per farlo collega il prototipo con un sofisticato software che evidenzia cromaticamente gli stress a cui viene sottoposto il modello. La documentazione delle prove del pubblico, salvate e inviate via email in forma di filmato per poter essere condivise con gli amici, rendono affascinante il processo e spettacolare la performance. Anche qui non importa se il costo dei materiali (alluminio, fibra di carbonio e gomma) e tutto il processo possano apparire sproporzionati rispetto al risultato (e al costo) di una “superleggera” che già fu progettata da Gio Ponti (1 chilo e 700 grammi nel 1957).
  •  Della stessa mano il progetto Multithread per tavoli e scrivanie in cui i giunti per collegare le barre, che costituiscono la struttura, vengono elaborati con tecniche di simulazione fisica in base alle forze che li attraversano e poi trasformati in modelli digitali successivamente trasformati da esperti artigiani che colano l’acciaio (a cera persa!) e colorano i pezzi secondo una mappa cromatica che rispecchia le forze. Quanto costeranno? Che importa, è moderno o no?
  •  Ron Gilad che progetta una seduta in marmo (girella) che somiglia più ad un ricciolo di burro che ad una seduta dice: <Come qualsiasi materiale che usiamo oggi, il marmo ha la sua storia e un’infinità di riferimenti, penso che sia ‘cosa si usa’ e ‘come lo si usa’ a renderlo particolare>.
  •  Persino il tavolo “traverso” di Faccin per Valsecchi1918, che ricorda da lontano il capolavoro di Mari (Frate), e che è tutto in legno massiccio, è realizzato interamente da macchinari a controllo numerico (l’intervento degli artigiani si dice sia minimo).

Ecco: conta come si fanno gli oggetti. E gli oggetti contano ancora?

Conviene presidiare la Fortezza Bastiani ai confini del deserto del Design o meglio aprire le porte ai Tartari, artisti o makers che siano?

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TDWeek: Food o Tecnologia…quale identità?

Inserito da mac in: discussioni .

mac

In questi giorni, in Associazione, stiamo dibattendo tra noi su quale sia l’identità più forte della nostra città e del territorio circostante, che con le nostre iniziative di promozione e diffusione a proposito di Design vorremmo e potremmo assumere come linea guida dell’attività dell’Associazione.

Be different” è stato il suggerimento ricevuto che, più di tutti, mi ha colpito in occasione del Convegno in cui abbiamo riunito amici di DesignWeek italiane ed estere durante il quale abbiamo chiesto consigli per partire con il piede giusto.

Sostenibilità e DesignForAll sono argomenti ormai talmente popolari da essere scontati.

I nostri fiori all’occhiello sono indiscutibilmente: automotive, ICT, aeronautica e aerospazio, biotecnologie, agroalimentare, energie alternative e sostenibilità energetica. (da: Servizio Regionale in materia di Ricerca e Innovazione)…

Parlando di Design a Torino e in Piemonte non si può non citare la TECNOLOGIA…Marchionne sta portando nel mondo un “grantorino” e tutti tifiamo per Lui. Viva l’auto e viva Fiat. Non solo: Pininfarina, Bertone (!), Italdesign… tecnologia e carrozzeria! E non vogliamo citare Alenia (aeronautica, spazio, Galileo Avionica, Avio, Microtecnica…)  e la corsa alle stelle? Le superbarche di Azimut? Le splendide luci di Space Cannon (presso Alessandria) che hanno illuminato ground zero? I robot della Comau?

I progetti della Regione stanno coinvolgendo e coinvolgeranno, a proposito di scienze: scienze della vita e biotecnologie, nanotecnologie e processi di produzione avanzati, nuovi materiali, energie, scienze sociali e giuridiche applicate all’attrattività e alla competitività della regione. E poi, a proposito di tecnologia: mobilità intelligente e sostenibile, logistica avanzata, tracciabilità dei prodotti, industrie creative e multimediali, trasformazione e tutela del territorio e beni culturali, aerospazio, sicurezza ambientale, agro-alimentare, servizi sanitari avanzati.

Siamo bravi e lo saremo sempre più! Ormai lo sanno tutti.

A me tuttavia viene in mente che tutta questa tecnologia, benchè luccicante ed eccellente, non sia così popolare da coinvogere il grande puubblico e non reisco ad immaginarmi una Torino Design Week senza pubblico. Al pubblico piace mangiare (a chi no?). E oggi cibo si dice FOOD.

Ma cosa può entrarci il DESIGN con il FOOD? FoodDesign a parte (abusato), che pure c’entra… Potremmo cercare di ragionare sugli incroci tra chimica, salute, storia, economia, industria…

Vale la pena di leggere una intervista dell’anno scorso fatta a Giacomo Mojoli di Slowfood (vedi): http://www.torinoworlddesigncapital.it/portale/content.php?ID=94

Sono “nostri” Carlin Petrini e SloowFood, TerraMadre, l’Università del Gusto, Eataly, il Paniere…

Forse potremmo pensare ad un “FUORI SALONE” del Salone del Gusto… Al cibo come “esca” o occasione per parlare di Design.

Se pensiamo ad un prodotto enogastronomico possiamo esamianarlo sotto svariati aspetti

-    coltivazione
-    raccolta
-    lavorazione
-    conservazione
-    trasporto
-    cottura e trasformazione
-    consumo
-    smaltimento rifiuti

In ognuno di questi aspetti, e specificamente riferendosi ad un prodotto in particolare, potremmo cercare gli spazi del Design, possibilmente facendo entrare nel gioco tecnologie e innovazione, energie rinnovabili ed ecosostenibilità… stuzzicando scuole, aziende e professionisti a misurarsi con la progettazione di sistemi, prodotti o macchine che non siano moda ed effimero, ma miglioramenti della qualità della vita, direttamente o indirettamente.

Si potrebbe pensare agli strumenti di lavoro. A relazioni strette tra un prodotto enogastronomico e uno strumento … In cucina ad esempio pentole e posate. A tavola, bicchieri, bottiglie, piatti.
Ma in generale, a proposito di cucina (come ambiente), perché non frigorifero, dispensa e poi oggetti, materiali e strumenti che siano progettati tenendo conto delle esigenze del buon cibo, sano e sostenibile. (si può cuocere un risotto in una pentola qualsiasi o fare lo zabaione in una padella?).

Pensiamo ai casalinghi. Chi potremmo coinvolgere? Alessi, Lagostina, Bialetti, Girmi, F.lli Calderoni, Piazza (distretto VercelliCusioOssola), Trespade (macinapepe), in Piemonte poi non si facevano anche pentole di rame?

C’è anche il Caffè: Lavazza, Vergnano, Excelsior, Costarica, Giuliano caffè, Pausa Caffè (vallette), Arabes…
C’è l’Enomeccanica di canelli
E il solito cioccolato… Gobino, Castagno, Peirano, Ferrero che non è tra gli ultimi… La zona dietro via S.Donato era il quartiere del cioccolato (Croci c’è ancora, Talmone…)
I vermuth tipicamente piemontesi Carpano, Cinzano, Martini, Gancia…

A tali argomenti si potrebbero collegare facilmente le “energie rinnovabili” che tanto hanno a che fare con l’agricoltura, e i “prodotti sostenibili”, nell’ottica più generale del Design sistemico (output di un sistema come input di un altro).

Insomma: Tecnologia o Food? O meglio perchè non la Tecnologia per il cibo?

Dite la Vostra che ho detto la mia… (mac)

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